Le origini

Maroggia

…a questo punto lo scritto di Bernardo Paravicino, da cui è stato tratto questo aneddoto della vita del Santo, riporta che il vino che venne servito a San Benigno fosse:

“Vinum firmum et dulce”
Vino corposo e amabile

​I vari documenti e la tradizione orale, che si tramanda di generazione in generazione, vogliono che fino alla metà del ’400, venuta di S.BENIGNO DE MEDICI in Valtellina, Maroggia prima, Monastero poi, fossero il punto di riferimento per le altre località della zona.
Benigno, la cui fama di santità anticipava la sua venuta, fu ospitato in casa da un certo Lorenzo De Lupi e fu rifocillato e ristorato con il vino. A questo punto lo scritto di Bernardo Paravicino, da cui è stato tratto questo aneddoto della vita del Santo, riporta che il vino che venne servito a S.Benigno fosse : “VINUM FIRMUM ET DULCE” – VINO ROBUSTO/CORPOSO ED AMABILE
C’è da pensare che la bontà del vino, già allora, fosse pari alla fama del De Medici.
Inoltre, risulta dal documento che tutta la zona era coltivata a vigneto e il vino veniva deposto nelle cantine dei Piasc, una località appena sotto l’abitato di Monastero, in un punto centrale tra i vigneti posti fra Maroggia e Pedemonte.

Il Priorato di Monastero fu soggetto agli stessi avvenimenti storici cui fu interessata la Valtellina. La dominazione delle Tre leghe Grige portò a Berbenno la presenza di alcuni podestà. La tradizione vuole che alcuni di essi amassero trascorrere parte del loro tempo in quel di Monastero, proprio nell’ex convento, perché il clima e l’abbondanza dei frutti della terra, ma soprattutto il buon vino, rendevano più piacevole il loro soggiorno.
La peste che nel 1630 colpì la Valle, a detta di don Luigi Carnovali, che ha trovato i documenti nell’archivio parrocchiale di Monastero, nella zona non fu molto virulenta come invece avvenne altrove.
L’abbandono del vigneto, per mancanza di manodopera, come invece venne in altri paesi valtellinesi, fu qui infatti meno vistoso. Gli abitanti continuarono a fare i lavori di sempre: coltivare la vigna e regolare il bestiame. Nelle vigne che giungevano ad una altitudine di circa 750 metri, si seminavano il grano, l’orzo, il “panicc” e altri cereali… Non ci si può dimenticare che fino alla dominazione austriaca, i “Piani” era paludoso ed acquitrinoso perché il fiume Adda scorreva senza argini al limite del versante retico, anziché lungo quello orobico come adesso. Spesso e volentieri la roggia del Maroggia e il fiume Adda esondavano, perciò i terreni superstiti, venivano adibiti unicamente al foraggio, il resto si coltivava solo sul versante della montagna. Inoltre, il fondovalle era ricoperto d’alberi e creava una “selva oscura” abitata dai lupi.
I terreni, strappati ai fianchi della montagna, con duro lavoro di braccia e di schiena erano curati con amore, perché da essi proveniva il cibo, ma anche un buon bicchiere di vino che aiutava a rallegrare la vita dura di quei tempi.
Per capire l’amore profuso dai nostri avi per la propria terra e per il vigneto basti guardare con quanta cura e precisione stendevano le loro mappe, e i loro documenti.
Nell’archivio parrocchiale di Monastero, esistono due mappe disegnate nel 1768 da Santo Damiani di Zogno che riportano la zona del Priorato di Monastero.

Risulta evidente come la stessa fosse coltivata a vigneto; e anche i nuclei abitativi sono riportati con estrema precisione e rispecchiano la situazione odierna.

Già allora erano identificati i vigneti storici: Cecca – Righetta – Malenca – Casini, che come quelli odierni sono gli stessi in cui ancor oggi si produce il vino chiamato Maroggia.

La documentazione lasciata dai vari parroci della parrocchia di Monastero, in quanto proprietari di vigneti nella zona, in particolare in località Righetta, mostra con quanta cura essi annottassero tutte le spese per la manutenzione del vigneto, la produzione e la vendita del vino ai privati con la nota immancabile che sottolineava la bontà del prodotto e la sua provenienza. Quindi si sa che il vino non era fatto solo per il consumo della singola famiglia, ma la sua vendita rappresentava un introito benefico al bilancio familiare. Per lo più esso veniva venduto ai privati, ma anche alle osterie fin dai tempi più antichi. Il vino Maroggia, con questo nome era conosciuto, fu esportato, con tanto di etichetta, alla fine dell’ottocento, dalla famiglia Dassogno in Argentina, come è documentato nel libro “Il Priorato si San Benigno ed il suo vino “Maroggia” di Daniele Crottogini.
Il nostro vino era però conosciuto anche in Svizzera perché gli emigranti, che dalla metà dell’800 in poi, vi si trasferirono dapprima per lo sfalcio dei prati, poi, per i grandi lavori di disboscamento e di impianti idroelettrici, amavano portarselo seco. Gli emigranti infatti dicevano che il Maroggia acquistava maggior vigore e corposità in altitudine e più andava al Nord più il suo bouquet migliorava.
Negli anni posti fra le due guerre mondiali anche il vigneto del territorio di cui stiamo parlando fu dimezzato a causa della filossera, temuta qui più della peste seicentesca.
Alcuni vigneti furono dismessi, altri invece ebbero cure privilegiate come la Righetta, la Malenca, e il poco vino prodotto manteneva tutte le antiche qualità e proprietà, tanto che la Federazione Agricoltori di Sondrio in una nota del 1931 avente per oggetto: “vini tipici della Valtellina”, fa una menzione particolare per il Maroggia e ne sottolinea la sua importanza.
Lo stesso si rileva anche nella nota del 1942 sempre della stessa Federazione.
In queste due lettere si evince che la zona Maroggia, assieme a quella di Bianzone, per qualità del prodotto e del vino, non sono inferiori rispetto alle altre zone di produzione dei vini tipici valtellinesi e che meritano una menzione particolare, nonostante la limitata superficie.
La guerra e il dopoguerra hanno visto la zona spopolarsi: molta gente ha lasciato il podere ed è emigrata a cercar fortuna verso l’Australia, l’Argentina, la Svizzera e la Francia, poi, con il primo benessere degli anni ’60 e il lavoro in fabbrica delle donne, è accaduto anche qui, come altrove, che si abbandonasse il vigneto, non più conveniente nella nuova logica economica. Non mancarono però alla fine degli anni ’60, coloro che convinti della bontà del prodotto e onorando la tradizione ne continuassero la lavorazione, fondando il Consorzio del vino Maroggia, per la salvaguardia e la promozione del prodotto.
Nel ’64 il signor Valenti Renzo mette in commercio bottiglie di vino Maroggia, che per il particolare pregio e l’esiguo numero sono destinate solo a pochi e rinomati ristoranti della valle.
La pubblicità del vino Maroggia, che pure è conosciuto, in Valtellina e all’estero, resta unicamente legata alla famosa Sagra di San Bello che si tiene ogni anno il 12 febbraio; data della morte di San Benigno dei Medici e che richiama gente da tutta la Valle, dalla Regione e dall’estero, molti infatti sono gli emigranti che pur avendo la residenza nei Canton Ticino e Grigioni rientrano in occasione della ricorrenza.
Il vino Maroggia non trova la giusta considerazione nel D.P.R.11.6.68., entra a far parte fra i vini posti sotto la denominazione generica VINI VALTELLINA. Questo a dispetto della sua bontà dichiarata sia dagli intenditori sia dalla gente che ne viene a contatto per la prima volta.
Rimostranze furono fatte, allora, dal Presidente del Consorzio Vino di Maroggia che si era costituito nel frattempo e che vedeva – e vede tuttora – come soci i proprietari dei vigneti della zona Monastero, Maroggia, Pedemonte, gli stessi vigneti illustrati nelle mappe del 1768 di Santo Damiani Zogno e risultante dalla documentazione esistente e dalle testimonianze dirette.
Con Monsignor Alfredo Prioni, parroco di Monastero dal 1975 fino al 1987 anno della sua morte, il Consorzio Vino Maroggia riceve nuovi impulsi, infatti grazie al suo interessamento e all’amore che egli vi riversa, sono costruite le strade interpoderali Righetta, Malenca-Casini, impianti di irrigazione e teleferiche per il trasporto delle uve. Nel frattempo è continuo il rifacimento dei numerosi muri secolari a secco, che necessitano di una manutenzione costante. C’è da sottolineare che, durante il suo Priorato don Alfredo, che prima di stabilirsi a Monastero dimorò a lungo in Germania, prima ad Amburgo, poi a Calw (Wuttemberg), promosse degli scambi intercolturali fra la Parrocchia di Monastero e la Missione Cattolica di Calw, città natale del famoso scrittore tedesco Hermann Hesse. Come avviene nei rapporti personali circolano non solo idee, ma anche beni materiali e tra questi beni è circolato il vino Maroggia, il quale ha fatto subito superare ogni barriera linguistica. “Tra un bicchiere e l’altro alla fine ci si intendeva tutti e tutti concordavano” ricordano gli anziani del posto, e concordano tutt’ora, perché questi scambi continuano anche adesso, che il vino Maroggia scioglie la lingua anche ai “crap”, cioè alle rocce, per cui quando i tedeschi rientrano in patria al loro seguito non mancano mai una damigiana e alcune bottiglie del nostro vino.
Dopo la morte di mons. Prioni, il Consorzio continua il cammino intrapreso.
Tra i soci, inoltre, inizia a serpeggiare anche la volontà di migliorare la qualità del prodotto a scapito della quantità, il cammino è costante e deciso.
Il supporto tecnico della Fondazione “Fojanini” di Studi Superiori di Sondrio ha un ruolo fondamentale nel costante aggiornamento dei viticoltori locali che già godono fama, tra i viticoltori valtellinesi, di essere particolarmente abili e attenti nella lavorazione del vigneto. L’allora direttore della Fondazione “Fojanini” di Studi Superiori, il Dott. Alberto Baiocchi riesce, mediante la realizzazione di progetti di assistenza tecnica ai viticoltori, ad affinare ulteriormente le tecniche di lavorazione e il vino prodotto.

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